La 100 kilometri del Passatore

La 100km del passatore è certamente una delle più note 100kilometri, e pare avere un certo fascino su tutti i podisti che osano pensare di correre una gara di questo tipo. Le motivazioni per voler correre una gara come questa non credo siano facili da spiegare, ma certamente dopo averla corsa, pare che siano più chiare. Qualcuno magari non la farà mai più, ma altri non ne possono fare più a meno. Non so perchè ma il semplice sentirne parlare mi fa dire che prima o poi voglio farla, ed il racconto che ho trovato in rete, e che allego sotto, spiega almeno un pò di ciò che si può trovare dentro di sè nel fare una gara del genere. Per ora mi sono cimentato fino alla distanza della maratona e so che è un’esperienza che mi piace e che lascia molto, ricordi, voglia di impegnarsi etc… e con una 100km che succederebbe?

Ecco qua la 100km del passatore, in ordine:
- la foto della partenza 2006
- una foto del tragitto
- la foto dell’unico atleta che ha partetipato a tutte le 33 edizioni, Vittorio Piva
- il racconto di un partecipante all’edizione del 1996!


fonte: http://www.thuler.net/memorie_view.php?id=142

100 KM DEL PASSATORE: LI HO FATTI!!

Li ho fatti, sì io, Pierluigi Bellavite, classe 1954, podista da poco più di un anno, li ho fatti. Cento chilometri di corsa: una fissazione, una sfida, un sogno.

Ore 15,30: tremila corpi, odorosi di canfora ed essenze, pronti a partire, uomini, donne, giovani, anziani, atletici o gracili.
Seimila gambe nervose, un colpo di cannone, un urlo e via!
Partenza lenta, come da manuale, si contiene a fatica l’ansia di andare.
Uno sguardo al cielo blu, che contorna lo splendido merletto dei monumenti, vado nella corrente e ripercorro in un baleno gli itinerari delle peregrinazioni turistiche: il Duomo, l’Ospedale degli Innocenti, il Convento di San Marco e su, verso Fiesole.

La prima salita, pur sotto il sole cocente, non è poi così dura e l’onda della corsa mi accosta ad Andrea, giovane fiesolano, prodigo di consigli e di buona compagnia. L’ascolto volentieri mentre mi parla con amore dei bei luoghi che stiamo attraversando: gli ampli declivi del Mugnone, i prati di Olmo e, lontano, il Monte Fumaiolo e le sorgenti del Tevere.
Dolci saliscendi fino al Passo le Croci e poi tutta discesa fino a Borgo San Lorenzo: trenta chilometri sono dietro le spalle.

La seconda lunga salita va affrontata con prudenza, passo cadenzato, senza forzare, brevi soste ai ristori. Lascio andare Andrea, procedo tranquillo, con la mente libera, gli occhi fissi sull’asfalto, qualche sguardo al bosco ed al cielo, qualche occhiata agli altri concorrenti ormai sgranati.
La fatica si comincia a vedere, nelle gambe e sul volto di molti.
Al Passo della Colla di Casaglia, oltre i mille metri, giusto a metà percorso, giungo con poco ritardo sulla tabella di marcia, mentre calano le ombre della sera.
Si alzano folate di vento gelido.
Merito una sosta.

In discesa, con sorpresa, mi accorgo che le gambe vanno.
Si accendono i fari delle auto e le lucciole nei prati; di questa corsa inizia la parte mistica, la prova d’ascesi.
I ricordi di quelle ore non sono più scanditi dai tempi, dai chilometri, dai paesaggi. Tutto si confonde in un turbinio d’immagini e di sensazioni diverse: il cielo scuro e nuvoloso, i fari accecanti, il fantasma vacillante di chi raggiungo, il passo gagliardo di chi mi sorpassa. Ed il pensiero va, vaga senza meta e senza forma come in un sogno, ombre di volti famigliari, di amici, di parenti, ricordi d’infanzia, di luoghi, di cose.

La prudenza mi consiglia ora lunghi tratti di marcia, temo i crampi improvvisi, temo di cadere, temo di non arrivare.
Tanti s’arrendono.
Anche il sonno s’è aggiunto alla fatica.
L’infermeria di Marradi, dopo il settantesimo chilometro, mi appare come un incubo di guerra, gente riversa sulle brandine, volti sfatti, pomate, cerotti, flebo.
- Dottore, urino sangue! – dice uno.
- Non si preoccupi, succede in questi casi. -
Soltanto le note elettrizzanti di un’orchestrina in piazza mi danno di nuovo il ritmo, la carica ed il sorriso.

Per trovare sostegno per quest’illusorio vigore, comincio a cercare compagnia per distrarmi dalla conta ossessiva delle pietre miliari che scorrono sempre più lente. Mi accorgo subito che non è facile: ognuno ha il suo passo, ognuno dosa con cautela le forze residue, la mente è ormai laggiù, a Faenza, al riposo.
Poche parole, grugniti, sospiri…
Si fa qualche passo insieme e poi ci si lascia senza saluti.

Ma chi cerca trova, o viene trovato.
Ecco un passo dietro di me, ecco un uomo, uno sguardo, un sorriso: una parola…
- Veneto? -
- De Pordenon. -
- Ah, bella, ci sono stato! – e avanti così, per un po’, con le solite banalità.
Poi, dopo un silenzio troppo lungo, per non perdere anche lui come gli altri, ecco il mio delirio.
- Qui siamo tutti fantasmi, ombre infernali, profughi di guerra! E’ un’ora che non corro quasi più, che cerco un compagno nella fatica, ma niente, ognuno per sé! -
- Porco cane, te ghe rason, andemo insieme! -
Mai saprò se per simpatia o perché stanco anche lui, ma Lino D., 62 anni, grande marciatore, campione delle lunghissime distanze, ha rallentato il suo passo per me, pivello dilettante. E mai saprò se da solo avrei avuto la forza di tirare fuori l’energia, l’orgoglio, la volontà per accelerare, e di molto, il mio.

- Penso ormai di puntare alle quindici ore – gli dico io, rassegnato alla deriva della stanchezza.
- Macché, riveremo sotto le quattordese, te vedarè: tachemo col passo da otto chilometri l’ora. Varda, te mostro come che se fa. -
E via insieme, mio maestro, padre, fratello.
Con lui gli ultimi chilometri sono un divertimento.
Mi passa una bottiglietta:
- Bevi, un gosseto de vin! -
Rifiuto, naturalmente, è una bestemmia dietetica, taglia le gambe, altera la termoregolazione…
- Bevi, mona! -
Accetto infine, accetto e ne traggo giovamento.
Il nostro passo leggero ci porta ormai a risucchiare tanti corridori appesantiti e suscita ammirati commenti negli stanchi.
Il finale è in crescendo, con il cielo che rischiara sopra Faenza.

Il traguardo è ormai dietro l’angolo, le gambe vanno da sole ed il cuore ansioso mi trascina di nuovo nella corsa, per la volata finale:
- Vai, Lino, andiamo! -
Ma Lino non c’è, mi vuole lasciare anche questa soddisfazione?
- Eh no, Lino! -
Lo aspetto qualche secondo e ci avviciniamo al traguardo insieme, marciando.
14 ore, 00 primi, 02 secondi.
Va bene così.

Prima dello striscione ho sentito la sua mano che prendeva il mio braccio e lo alzava al cielo, come per donarmi una vittoria tutta mia: gli applausi sonnolenti degli organizzatori hanno suonato come un’ovazione per il gesto semplice e spontaneo, che non dimenticherò mai.
Questo, tra i mille che si accavallano, è il ricordo più bello della mia Cento Chilometri.

27 maggio 1996